0x0f0f0f - Alessandro Cheli

Il Telescopio (Italian Version)

Published 22 September 2021

Tags: #writing, #stories, #italian


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Ricordo ancora quella sera di qualche anno fa in cui vidi l'uomo con il telescopio. Quella giorno diedi un esame e lo bocciai. Non ricordo di quale materia trattasse, ma ho la certezza che fosse una materia dalla pratica meccanica e priva di particolari entusiasmanti. Ricordo bene che ciò mi spinse ad ignorarne lo studio dettagliato: gli stessi motivi mi portano ad ora a dimenticare di cosa trattasse.

Io e Hossam E.O. passammo la serata a fumare sotto ad un piccolo e malmesso gazebo di legno nel giardino del dipartimento di matematica dell'Università. Dato il peso del fumo e dell'umida aria estiva, io e Hossam ci dirigemmo nel prendere dell'acqua ed un caffè ai distributori automatici. Era tarda notte. Probabilmente le due.

Fra lunghe, inutili chiacchiere ed una sigaretta e l'altra, notai un piccolo uomo, dal quale spiccavano un'eccessiva gobba e un andamento fiacco, chino a trasportare verso il giardino un grosso attrezzo dalle forme inusuali. Entrambi si poggiavano su di un carrellino metallico. Ci avvicinammo lentamente, incuriositi e preoccupati dell'imbarazzo che si sarebbe potuto generare dalla situazione. L'età dell'uomo, ricurvo nell'impostare un grosso apparato scientifico dall'aspetto costoso, ci risultò difficile da approssimare.

Dalla macchina sporgeva un piccolo rettangolo sul quale apparivano poche coordinate numeriche, emesse dal fioco di uno schermo adatto per la dilatazione delle pupille umane nel buio totale. Hossam riconobbe lo strumento. Era un telescopio. Ci apparì subito chiaro che il bizzarro signore si trattava di un ricercatore in astrofisica, proveniente dai laboratori del dipartimento adiacente. Hossam, preso da un misto di entusiasmo ed imbarazzo, lo stesso imbarazzo che un monaco proverebbe di fronte al maestro Nansen mentre taglia il gatto in due [1], mi chiese se potevamo avvicinarci a chiedere all'uomo cosa volesse studiare quella notte.

L'astrofisico si girò lentamente verso di noi, con molta fatica e movimenti scattanti, tenendo stretto il carrello sul quale sia egli che il telescopio si appoggiavano. Non disse niente. Ci osservò per qualche istante ed esalò rumorosamente prima che un sorriso insoddisfatto si formasse sul suo viso.

"Scusa!", esclamò Hossam, senza preoccuparsi di rivolgersi in terza persona con il "Lei" allo scienziato al lavoro. "È un telescopio?" proseguì nel chiedere. Egli, dopo averci scrutato con attenzione un'altra volta, dedusse dai libri riposti nelle nostre borse il fatto che una volta finito di studiare, non ci fosse rimasto niente da fare nella nottata che importunare il suo pacifico scrutinio dei cieli, un procedimento all'apparenza di noi estranei, quasi meditativo e rituale.

"Vieni", disse il ricercatore, puntando il telescopio a metà fra le fitte foglie di due alberi di pino ed indicando ad Hossam l'oculare del marchingegno. "È Giove". Hossam non esitò ad osservare attraverso il telescopio. Dopo qualche secondo passato ad osservare il pianeta. Hossam si tirò indietro, visibilmente esaltato dall'immagine che gli si impresse nella retina. Penso che, benché ci fosse immenso stupore negli occhi di Hossam, nell'aver guardato il gigante gassoso da così vicino, la sua esperienza con il misterioso telescopio provocò in lui sensazioni di entusiasmo diverse dallo strano sentimento che il telescopio invece provocò in me.

"Vuoi vedere anche tu?" mi chiese il ricercatore. Annuii e guardai Giove. Nonostante avessi sempre avuto una forte curiosità per l'universo ed il mondo dei corpi celesti durante mia infanzia, non ebbi mai l'occasione di osservare veramente il cielo attraverso un telescopio funzionante, tantomeno da un moderno telescopio disponibile nelle università. Giove mi apparì come un semplice cerchio nel buio, dalle sfumature ocra e arancione. Riuscii anche a vedere bene una delle lune del pianeta, anche se non ricordo precisamente quale.

"Ci tenevo a dirle che sono uno studente di fisica, e capire l'universo là fuori è sempre stato il mio sogno. Vorrei tantissimo diventare un astronauta e studiare astrofisica ma...". Hossam si interruppe, confuso forse dalla totale assenza di una reazione da parte del suo interlocutore nel tentativo di consolidare una conversazione amichevole. Il ricercatore rimase in silenzio e tornò a calibrare lo strumento. Impostò altre coordinate nel telescopio e con una precisione meccanica e vari suoni di motori elettrici esso si reindirizzò automaticamente permettendoci di ingrandire un altro punto, di un'altra regione del firmamento.

Ci mostrò Saturno, che mi apparì bello quanto Giove ma ridotto nelle dimensioni e dall'aspetto più scuro. Gli anelli lo circondavano in un'immagine suggestiva, mentre una delle lune orbitava lo spazio attorno al sesto pianeta. Essendo sempre stato incuriosito dallo spazio, ero a conoscenza di alcuni dettagli dei due pianeti. La grande macchia rossa su Giove, di quasi quarantamila kilometri di larghezza, è una tempesta ad alta pressione che dura da molti secoli. Si riusciva ad intravedere leggermente attraverso il telescopio. Avevo sempre visto le immagini di questi pianeti attraverso schermi: dei filtri, delle rielaborazioni. La luce diretta da questi pianeti, ingrandita fra le sofisticate lenti del telescopio, risultò in un'immagine oltraggiosamente semplice. È indescrivibile la sensazione che si prova la prima volta che si osserva un pianeta lontano. È laggiù. Una piccola sfera nel niente, distante settecento milioni di kilometri dal sole e pesante miliardi di tonnellate.

Si avvicinò poi un altro ricercatore, proveniente sempre dai laboratori o dagli uffici del dipartimento di fisica. Egli era alto, con occhiali spessi e pochi capelli in testa. Portava indumenti gravemente anonimi ma dai colori curiosi e male abbinati. Ci approcciò con fare socievole e a differenza del suo silenzioso collega, sembrava entusiasta di aver trovato qualcuno di interessato al loro particolare e spesso dimenticato lavoro. Egli mi apparve allo stesso tempo leggermente infastidito dal contesto.

Ci spiegò il motivo per cui avevano deciso di mettere in uso il telescopio quella notte: un sistema di stelle multiplo sarebbe stato "ben visibile" nella nostra fetta di cielo: un evento molto raro. Ci fece guardare brevemente il sistema di stelle multiple. Devo ammettere, che per quanto possa essere una vista particolare, non rimasi molto colpito dall'immagine molto sfocata di due, o forse più, stelle lontane che si orbitano a vicenda. Forse perché fu la terza immagine che vidi attraverso un telescopio, o forse perché le troppe parole scambiate con il socievole astrofisico spazzarono via la magia che accompagnava il momento precedente.

Spesso, nonostante osserviamo il mondo con ottiche sofisticate, e nonostante la nostra mente processi una vastità di informazioni delle quali è impossibile avere una chiara idea del loro completo, tale complessità si annulla. Stratificata nei circuiti e nelle lenti di un telescopio, la sconfinata complessità di un pianeta lontano si riduce ad un piccolo cerchio arancione. Forse, la bellezza delle cose, non risiede nella loro semplicità o nella loro complicatezza, ma nell'atto di annullare la complessità dell'infinito e di come noi vi interagiamo, incidendo dentro di noi dei simboli indimenticabili, degli atomi indivisibili sotto forma di istanti che cristallizzano e catturano la vastità di come tutte le cose si uniscono fra loro.

Rimasi brevemente in silenzio ad ascoltare i loro racconti di ricerche di corpi celesti rari fra i pini del giardino, salutai Hossam e me ne tornai a casa.

[1] (La Porta Senza Porta, Mumon)

Nansen kills the cat